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Mediazioni imperfette

pubblicato 8 mag 2011, 01:25 da snodi aps MediazioneUmanisticaConflitti   [ aggiornato in data 8 mag 2011, 01:36 ]
Le mediazioni sono tutte imperfette.

La nostra illusione di poter risolvere, di poter togliere dalla scena i conflitti è una tentazione sempre troppo forte per essere tenuta a bada. Non riusciamo a metterla da parte.

L'istinto del pompiere, del pacificatore, del guaritore sono connaturati al nostro pensiero. Cosicchè ogni nostra azione ha la pretesa di essere risolutiva, capace di andare fino in fondo. Senza sapere bene dove sia questo grado, questo limite toccato il quale tutti i problemi scompaiono per sempre.

Come se da quel punto in poi la vita non ci chiedesse più di fare i conti con lei.

E così ci approcciamo alla mediazione convinti che si possa imparare ad acquisire un potere risolutivo che non ci appartiene. E di fronte alla mutevole forma dei conflitti, alle profonde implicazioni che ne emergono, ai cancelli invalicabili che le persone pongono chiedendone il rispetto, l'aspirante mediatore si ritrova impotente, spesso insoddisfatto, come se le sue arti non fossero mai abbastanza sviluppate e affinate.

Nella mediazione umanistica spesso si usa dire che il mediatore non sa fare niente, non deve fare niente ma deve imparare ad esserci, ad offrire una presenza di spirito che nulla ha a che fare con una tecnica. Ed è facile ribattere che una posizione del genere non sia sostenibile per un professionista, che non possa essere ammissibile mediare senza offrire un risultato. Che questa storia dell'esserci ha più vicina ai racconti zen che non a questioni di ADR.

Forse per questo altre forme di mediazione si sono fatte strada in modo più rapido proprio perchè sanno rispondere meglio alle esigenze di tangibilità e praticità del nostro tempo. Per poi ritrovarsi in qualche modo monche di una parte importante che c'è ma non si vede. Altre forme di mediazione hanno offerto quello sguardo di intesa e quella stretta di mano finale che dicono al mondo che quel problema non esiste più, che così come è venuto se ne è andato e tutti felici e contenti. E magari va veramente bene così.

Forse è semplicemente un'altra cosa che chiamiamo con lo stesso nome.

La sfida della mediazione umanistica è molto alta e deve fare i conti con un contesto culturale ancora poco pronto a recepire la proposta non tanto di uno strumento ma di un cambiamento nel modo di vivere, nel recuperare la dimensione spirituale non tanto nella stanza di mediazione ma prima di tutto nella vita di tutti i giorni.

Ma probabilmente e paradossalmente proprio per questo la visione che offre attira così tanto e chi ne sperimenta il gusto è come costretto a non tornare più indietro, a cominciare un cammino lungo tutta una nuova direzione. Come se venisse toccato su dei tasti che innestano in modo quasi automatico tutta una serie di reazioni a catena.

Accettare di essere davvero a disposizione di un processo che è nelle mani di chi lo porta è complicato.

Accettare che non possiamo controllare tutto, anzi forse molto poco, è difficile.

Accettare che ogni persona è padrona dei passi che si sente in grado di fare è pesante.

Accogliere che siamo strumenti di qualcosa di più grande è sorprendente. E, in certi giorni, estremamente reale.


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